L’Italia è il primo Paese europeo per numero di apparecchi domestici a pellet installati: circa 2,2 milioni. Di questi, il 95% è fatto di stufe, caldaie, camini e cucine con potenza inferiore ai 35 kW e solo l’1% di caldaie con potenza superiore.

 

Nel 2019 il consumo di pellet a uso domestico ha raggiunto circa le 3,4 milioni di tonnellate, con un ulteriore aumento rispetto all’anno precedente. 

 

Questi dati emergono da uno studio sui consumi del Pellet in Italia pubblicato dalla rivista di informazione tecnica AgriforEnergy, curata dall’AIEL, l’Associazione Italiana Energie Agroforestali.

 

Lo studio evidenzia come il consumo di pellet sia aumentato (anche) in relazione al numero di generatori di calore a biomasse installati: dal 2010 al 2018, infatti, le stufe a pellet a uso domestico sono passate dal 6% al 20%.

 

Andiamo a conoscere meglio, dunque, questo piccolo e ormai famosissimo combustibile.

 

Che cos’è il pellet?

 

Con il termine pellet si indica, generalmente, del materiale pulverulento essiccato e pressato sotto forma di cilindretti. Questa materiale proviene spesso dagli scarti della lavorazione del legno (come la segatura) e viene utilizzato sia per il riscaldamento domestico sia per centrali termoelettriche e caldaie di grandi dimensioni.

 

È un prodotto economico, poco ingombrante e dall’alta resa.

 

Vediamo come viene prodotto.

 

Come si produce il pellet?

 

Il processo di produzione del pellet è diviso in più fasi:

 

  • reperimento della materia prima;
  • processo di essiccazione e pulizia dalle impurità, per ottenere una qualità e una umidità residua (inferiore al 10%) ben definite;
  • pellettizzazione della materia prima attraverso la compressione meccanica, che schiaccia il materiale essiccato e lo fa passare all’interno di fori caldissimi, dal diametro compreso tra i 6 e gli 8 mm;
  • taglio della pasta ottenuta in piccoli cilindretti;
  • confezionamento del pellet in sacchi di pellet da 15-25 Kg e Big Bag da 700-1000 Kg.

 

Qual è il pellet migliore?

 

Un pellet di qualità deve avere queste caratteristiche:

 

  • un potere calorifico che si aggiri intorno ai 4,5 – 5 kWh/Kg;
  • la percentuale di residuo fisso sempre inferiore all’1%;
  • il tasso di umidità inferiore al 10%;
  • gli estremi della certificazione di qualità sull’etichetta

 

Il potere calorifico è l’energia che si ricava bruciando il pellet. In genere, più è basso e minore sarà il calore prodotto.

 

Quando, invece, parliamo di residuo fisso intendiamo la sporcizia che si crea all’interno della stufa. Un pellet di bassa qualità ne può produrre una quantità tale da intasare il braciere, rendendo molto più faticosa la pulizia ordinaria.

 

Più è umido il pellet, inoltre, e minore sarà il suo potere calorifico. Un pellet umido è un pellet di bassa qualità, probabilmente ricco di resine che si attaccheranno alle pareti della stufa, rovinandola.

 

Infine, la certificazione. Quella più diffusa in Italia è la ENPlus, che valuta gli standard qualitativi lungo tutta la filiera del pellet, dalla provenienza del legno fino alla distribuzione finale.

 

Non esiste solo il pellet di legno: ti presentiamo gli “Agripellet”

 

Non esiste solo il pellet di legno: le materie prime che possono generare biomassa combustibile sono tante.

 

Vengono chiamate Agripellet e sono sottoprodotti di origine agricola e agroindustriale, puri o miscelati. Non rappresentano ancora una alternativa valida al pellet tradizionale, ma il loro utilizzo, anche in Italia, si sta diffondendo.

 

Parliamo, per esempio, di pellet di sansa, girasole, mais e paglia.

 

Pellet di sansa

 

Il pellet di sansa è un ottimo combustibile. Può essere utilizzato per impianti domestici così come impianti di grandi dimensioni, quali centrali elettriche e cementifici. Ha un potere termico pari al pellet tradizionale e costa anche molto meno.

 

La reperibilità, tuttavia, è ridotta e il pellet ottenuto dalla sola sansa purtroppo non rientra nei parametri della normativa europea UNI 17225-6. Nei sacchi, quindi, troverai sempre un biocombustibile ottenuto mischiando sansa e altri residui.

 

Pellet di girasole

 

Anche il pellet di girasole è un biocombustibile dalle grandi potenzialità. Ha un’umidità media inferiore all’8%, un potere calorifico che si aggira intorno ai 4,5 kW/Kg, una produzione di CO2 pari quasi allo zero e un costo in media del 30% inferiore rispetto al pellet di legno.

 

Gli svantaggi? Le ceneri residue sono troppe, è molto difficile da trovare e i soli impianti che sono capaci di gestire l’alta produzione di cenere sono solo quelli più moderni.

 

Pellet di mais

 

Ottimo sostituto del pellet di legno, il pellet di mais ha chicchi molto compatti e omogenei e può essere lavorato allo stesso modo di quello legnoso.

 

Esistono delle vere e proprie stufe a mais per sfruttare al massimo la grande quantità di calore generata da questo biocombustibile. La resa termica è dell’80%.

 

Bruciare un prodotto destinato all’alimentazione per produrre energia, tuttavia, attira molte discussioni e aspre critiche.

 

Pellet di paglia

 

Uno dei grandi vantaggi del pellet di paglia è il suo prezzo, molto conveniente rispetto a quello legnoso. È, inoltre, un biocombustibile che brucia facilmente e riscalda ottimamente.

 

Ma gli svantaggi non sono da meno, primi fra tutti quelli di trasporto (a causa del suo volume elevato e del suo peso molto basso) e della quantità di residui di cenere, difficilmente gestibile anche dagli impianti più moderni.